Redazione Kettydo
Customer Loyalty, YouserENGAGE

Loyalty e ROI: misurare il valore della fedeltà e trasformarla in centro di profitto

Redazione Kettydo
Customer Loyalty, YouserENGAGE

Loyalty e ROI sono un binomio economico e operativo che permette di mettere in relazione il valore generato dalla fedeltà con gli investimenti necessari a costruirla e mantenerla nel tempo. Per un brand, valutare se la loyalty sia un centro di costo o un centro di profitto significa capire quanto valore genera ciascun cliente rispetto a quanto l’azienda investe per acquisirlo, coinvolgerlo, svilupparlo e mantenerlo. Oggi questo calcolo è molto più complesso, perché non basta sapere quanto spendono i clienti iscritti a un programma, quanto aumenta la loro frequenza d’acquisto o quale Customer Lifetime Value raggiungono nel tempo. 

Il punto è che il perimetro attraverso cui la loyalty può generare valore per l’azienda si è ampliato. Retention, vendite e marginalità rimangono fondamentali, ma non esauriscono più il contributo della fedeltà ai risultati aziendali. La conoscenza dei clienti, i dati che alimentano personalizzazione e capacità predittiva, la riduzione dei costi di acquisizione e di servizio, le opportunità di cross e up-selling sono asset e risultati che possono produrre benefici ben oltre il perimetro gestito dal dipartimento marketing. 

Questo significa che anche il valore della loyalty viene generato e misurato in punti diversi dell’organizzazione. Ricostruirne il ROI richiede quindi di mettere in relazione investimenti e risultati che appartengono a funzioni e leve economiche differenti, riconducendoli ai diversi momenti della relazione con il cliente. È questo allargamento del campo tecnico e operativo a rendere necessaria una visione sistemica della loyalty e del ROI associato: da budget prevalentemente gestito dal marketing a leva economica da governare nelle strategie e nelle decisioni dell’impresa.

Loyalty e ROI: quanto valore genera davvero la fedeltà

Misurare il ROI della loyalty richiede innanzitutto di distinguere il valore dei clienti fedeli dal valore generato dalle iniziative messe in campo per fidelizzarli. Un cliente iscritto a un programma può spendere più di una persona non iscritta, acquistare più frequentemente e avere un Customer Lifetime Value superiore semplicemente perché era già uno dei clienti migliori del brand. Confrontare le performance dei due gruppi rischia quindi di attribuire alla loyalty risultati che si sarebbero prodotti comunque.

È qui che diventa centrale il concetto di incrementalità: misurare non tutto il fatturato prodotto dai clienti coinvolti, ma il cambiamento di comportamento effettivamente generato dall’investimento in loyalty per ciascuno di essi. L’incremento può riguardare la frequenza d’acquisto, lo scontrino medio, la retention, lo share of wallet o l’acquisto di nuove categorie, ma la domanda economica rimane la stessa: quale parte di questo cambiamento è stata effettivamente generata dall’investimento in loyalty messo in campo e quale si sarebbe prodotta comunque?

Per rispondere non basta osservare il prima e il dopo. Occorre costruire una baseline credibile e, dove possibile, utilizzare gruppi di controllo o coorti comparabili per isolare l’effetto delle iniziative da altri fattori che possono aver influenzato il comportamento: stagionalità, variazioni di prezzo, campagne commerciali, cambiamenti nell’assortimento o nelle condizioni di mercato. Il ROI acquista così un significato diverso: non misura semplicemente quanto spendono i clienti fedeli, ma quanto valore aggiuntivo l’investimento in loyalty è riuscito effettivamente a produrre.

Dall’incrementalità alla marginalità: quanto resta dopo i costi

Isolare l’incrementalità risponde solo a metà della domanda. Sapere che un’iniziativa ha generato un comportamento aggiuntivo non dice ancora se quell’iniziativa ha generato valore: bisogna considerare quanto è costato ottenerlo. È il passaggio dal ritorno alla profittabilità. Il costo dei reward è generalmente facile da identificare; meno immediato è ricostruire il costo complessivo quando entrano in gioco piattaforme e infrastrutture tecnologiche, gestione di campagne e contenuti, customer care, operations, fulfillment e risorse interne appartenenti a funzioni diverse.

Se una parte di questi costi rimane distribuita tra budget differenti e non viene ricondotta all’investimento che contribuisce a sostenere la loyalty, la sua profittabilità rischia di essere sovrastimata. Costruire un costo pieno non è quindi un esercizio contabile accessorio: serve a capire quanto margine rimane effettivamente dopo aver sostenuto tutti i costi necessari a produrre il risultato. Perché generare ricavi incrementali non significa necessariamente generare profitto incrementale.

Come cambia lo statuto economico della loyalty

Una volta che si conosce non soltanto il ritorno, ma il margine effettivamente prodotto dall’investimento, cambia anche la domanda a cui la misurazione deve rispondere. Un centro di costo ragiona innanzitutto su quanto spendere e su come governare il budget disponibile. Un centro di profitto introduce una domanda diversa: se ho un euro da investire in loyalty, dove mi conviene metterlo per ottenere il rendimento migliore?

  • Nel rewarding, per aumentare la frequenza d’acquisto? 
  • Nella retention di un determinato segmento, perché il valore che può ancora generare giustifica il costo necessario a trattenerlo? 
  • Nel cross-selling, per sviluppare categorie a maggiore marginalità? 
  • Nel customer care, per prevenire l’abbandono o ridurre il cost-to-serve? 
  • Nella personalizzazione, per aumentare conversione e rilevanza senza ricorrere sistematicamente allo sconto? 
  • Nella raccolta e nell’attivazione di first-party data, per migliorare conoscenza, targeting e capacità predittiva?

Ognuno di questi investimenti agisce su leve economiche differenti che non producono necessariamente lo stesso rendimento. La questione non è quindi soltanto stabilire se ciascuno di questi investimenti produca un ritorno, ma capire quale combinazione sia in grado di generare il maggior valore rispetto alle risorse impiegate. Un euro destinato alla retention può produrre più valore se concentrato sui clienti che presentano contemporaneamente un rischio di abbandono e un elevato valore prospettico; lo stesso euro può essere più produttivo nel cross-selling quando esiste un potenziale di sviluppo ancora inespresso, oppure nel customer care quando intervenire su una criticità permette di preservare una relazione ad alto valore. Non esiste quindi una leva economicamente migliore in assoluto: il rendimento dipende da dove, su chi e con quale obiettivo vengono allocate le risorse. Misurare il ROI serve allora non soltanto a verificare a posteriori se la loyalty ha generato valore, ma a rendere confrontabili impieghi alternativi dello stesso investimento e a decidere come distribuirlo tra le diverse leve per massimizzarne il ritorno. 

Perché la loyalty coinvolge sempre più line of business

È questa logica economica, prima ancora di un principio di integrazione organizzativa, a spiegare perché la loyalty coinvolge progressivamente funzioni che un tempo non la consideravano parte del proprio perimetro. Se il rendimento dipende da dove, su chi e con quale obiettivo vengono allocate le risorse, le leve attraverso cui generarlo non appartengono tutte al marketing né possono essere governate separatamente. Ciascuna line of business può contribuire a produrre, preservare o rendere misurabile una componente del ritorno complessivo.

  • Marketing e CRM possono intervenire su engagement, frequenza, retention e sviluppo del cliente
  • Sales e Commerce su conversione, cross e up-selling e share of wallet
  • il Customer Care sulla prevenzione del churn e sul cost-to-serve
  • Il Finance su costi, marginalità e sostenibilità economica degli investimenti
  • I reparti di Data & Analytics sulla capacità di misurare comportamenti, incrementalità e valore prospettico
  • IT e Operations sulla capacità di rendere concretamente attivabili dati, servizi e iniziative sui diversi touchpoint

Ma questi contributi non sono semplicemente additivi: possono condizionarsi reciprocamente e concorrere allo stesso risultato economico. Un investimento in Data & Analytics può migliorare la capacità del Marketing di individuare i clienti su cui intervenire, rendere più efficace un’azione di retention del Customer Care o permettere a Sales e Commerce di identificare un’opportunità di sviluppo. Allo stesso modo, un investimento tecnologico può non produrre direttamente ricavi incrementali, ma creare le condizioni perché altre funzioni riescano a generarli o a ridurre i costi necessari a farlo.

Quando le leve che generano il ritorno economico sono distribuite tra funzioni diverse, il problema non è più soltanto misurarne separatamente il contributo, ma governarle attraverso una regia comune. È qui che il tema del ROI incontra quello della governance operativa della loyalty: dati, KPI, decisioni e capacità operative devono essere coordinati affinché le diverse line of business non ottimizzino ciascuna la propria leva in modo isolato, ma concorrano allo stesso obiettivo di valore per il cliente e per il business.

 

Loyalty e ROI

 

Dall’attribuzione alla previsione: come ottimizzare il ROI della loyalty

Una regia comune permette di coordinare le leve, ma per governarne economicamente il rendimento occorre anche capire come ciascuna concorre alla formazione del risultato. Il valore generato dalla loyalty non si presenta necessariamente all’azienda come un risultato economico unitario: deve essere ricostruito. Se una maggiore conoscenza del cliente aumenta la conversione di una campagna, quanto del risultato deriva dalla qualità dei dati e quanto dalla creatività, dall’offerta o dal canale utilizzato? Se diminuisce il churn, quanto ha inciso un’iniziativa di retention e quanto un miglioramento del servizio? Se cresce lo share of wallet, quale parte dell’incremento può essere ricondotta alle attività di loyalty e quale ad assortimento, prezzo o disponibilità del prodotto?

Non sempre questi contributi sono perfettamente isolabili. L’attribuzione serve proprio a ricostruire il rapporto tra risorse impiegate, leve attivate, cambiamenti prodotti nel comportamento del cliente ed effetto economico finale. Associare a ogni investimento un obiettivo, individuare il comportamento che dovrebbe modificare e utilizzare baseline, gruppi di controllo, analisi per coorti e modelli di attribuzione quando applicabili permette non soltanto di misurarne più correttamente il ritorno, ma di rendere progressivamente leggibile il valore economico prodotto attraverso leve che l’organizzazione tende a osservare separatamente.

Una volta ricostruiti questi nessi, la misurazione può però smettere di guardare soltanto a ciò che è già accaduto. La disponibilità di dati più granulari, analytics avanzati e AI consente di utilizzare la conoscenza accumulata sui comportamenti dei clienti e sul rendimento delle diverse leve per stimare dove esistano le maggiori opportunità di generare valore prima ancora di decidere l’investimento. 

A questa capacità contribuisce anche la geointelligence: integrare i dati CRM con informazioni geografiche, socioeconomiche, di consumo, mobilità e prossimità permette di interpretare il comportamento del cliente alla luce del contesto in cui vive e prende decisioni, facendo emergere differenze di potenziale che il solo storico della relazione con il brand può non rilevare. 

Modelli predittivi possono così aiutare a individuare i clienti con maggiore probabilità di abbandono, stimare il valore futuro dei diversi segmenti, identificare un potenziale di crescita dello share of wallet o prevedere la probabilità di risposta a un determinato incentivo. Il punto non è soltanto prevedere che cosa farà un cliente, ma comprendere quale valore può ancora generare, anche in relazione al contesto in cui si trova, e mettere questo potenziale in relazione con il costo necessario per svilupparlo o trattenerlo. Un cliente ad alto rischio di churn, per esempio, non rappresenta necessariamente un buon investimento se il suo valore prospettico è basso; allo stesso modo, incentivare un acquisto che avrebbe un’elevata probabilità di verificarsi comunque può generare risposta senza generare incrementalità. È qui che cambia anche la funzione del ROI. Se analytics e AI permettono di confrontare costo dell’intervento, probabilità di modificare il comportamento e valore economico atteso, il ritorno può diventare una variabile da ottimizzare prima dell’investimento e non soltanto un risultato da calcolare dopo. Ciò che serve è una capacità crescente di previsione, simulazione e riallocazione delle risorse.

Loyalty e ROI: governare l’equilibrio tra valore offerto e valore generato

In sintesi, Loyalty e ROI sono intrinsecamente legate a un equilibrio economico: quanto valore il brand riesce a offrire al cliente e quanto valore la relazione con quel cliente restituisce all’impresa. Per un brand governare la relazione con le persone significa mantenere in equilibrio queste due grandezze. Se il brand investe stabilmente più di quanto la relazione possa economicamente restituire, ne compromette la sostenibilità e la marginalità. Se, invece, riduce l’investimento al punto da non offrire al cliente un’esperienza e un sistema di benefici all’altezza delle sue aspettative, rischia di perdere engagement, ricavi e quote di mercato. 

Dunque, l’obiettivo non è spendere meno sul cliente, ma investire quanto serve, dove serve e sui clienti per i quali quell’investimento può alimentare una relazione capace di generare valore per entrambe le parti. Loyalty e ROI trovano il loro punto di equilibrio proprio nella capacità di far crescere insieme il valore per il cliente e quello per l’impresa. È questo Engagement Balance a trasformare la loyalty da centro di costo a centro di profitto, mantenendo allineati gli investimenti ai risultati.

Questa logica può trovare una traduzione concreta anche nel modo in cui viene progettata e acquistata la tecnologia che sostiene la Loyalty. Se la domanda diventa “dove conviene mettere il prossimo euro?”, poter attivare capacità diverse in funzione delle iniziative e degli obiettivi permette di rendere più flessibile anche l’allocazione dell’investimento tecnologico. È il principio adottato da YouserENGAGE, la Martech Suite di Kettydo, che a un’architettura modulare affianca un modello Pay Per Use: i singoli moduli possono essere attivati per specifiche iniziative e per il periodo in cui servono. In questo modo anche la tecnologia può accompagnare una logica di investimento progressiva: attivare le capacità necessarie, misurarne il contributo e riallocare nel tempo le risorse in funzione del valore che si vuole generare.

 

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Kettydo (a DGS Company) mette a sistema competenze strategiche e tecnologiche, coniugando Design Thinking e Service Design per guidare le organizzazioni in percorsi di co-creazione e progettazione finalizzati ad attrarre, ingaggiare, connettere e fidelizzare le persone in modo continuo e duraturo. La sua doppia anima consulenziale e tecnologica riflette la profondità di un’esperienza maturata attraverso competenze creative, tecniche e operative su diverse industry: su questa base Kettydo ha definito un approccio metodologico multidimensionale e data-driven all’engagement e alla loyalty. Lo sviluppo di YouserENGAGE, martech platform proprietaria, composta da una suite modulare utilizzabile sia in modalità stand-alone sia per cluster funzionali, contraddistingue Kettydo come partner in grado di garantire un approccio personalizzato ed end-to-end alla gestione della profilazione delle Loyalty Personas (utenti, consumatori, acquirenti, clienti fidelizzati), assicurando la progettazione di journey di qualità e la rilevanza delle esperienze. Lavorando su valori e trigger relazionali, il modello consente ai brand di trasformare la soddisfazione in fidelizzazione, riducendo il time-to-market dei progetti e ottimizzando gli investimenti. 

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